INKARAKÙA “La giostra dell’odio”
di Gianluca Galletti
Inkarakùa ha il pregio di essere da tempo una band compatta, massiccia nel sound e sostanzialmente credibile. Per certi versi, anche se con le dovute riserve, questo lavoro mi ha fatto venire in mente gli Elefante Bianco e i primi Degenerazione; similitudine quest’ultima da riferire soprattutto alle parti cantate e alcuni spoken-words spesso un po’ “castle” come, per esempio, nelle dirompenti “Futuro=Regresso”, “Fobie” e “Madre Terra”. Anche “In nome di chi (pic)” suona bene, ma pecca purtroppo nell’impostazione (non nei contenuti) dei testi per l’eccessivo utilizzo di frasi fatte. Sia chiaro, le idee compositive non mancano di certo e la scelta di cantare sostanzialmente in italiano, che apprezzo molto, necessita però di una maggiore attenzione. La terza traccia “#31” alterna perversi riff di chitarra con wha-wha a calde ritmiche eighties, il tutto sotto un incisivo “Flea's slap-bass” del bravo Guido. “Altalene deserte” dimostra invece quanto il dialetto sardo possa essere perfetto per esprimere rabbia ed il ritornello “Disi de tortura no spaccianta mai, ant' a torrai" possiede infatti una grinta notevole; interessanti ancora gli spunti chitarristici di Vincenzo e Mauro con i loro armonici stoppati. “Fjuvar (explicit sex song)” ha un attacco iniziale simile a "Twin Earth" dei Monster Magnet, va avanti con forza per poi subire un inatteso ed interessante trapasso: una sequenza di suoni (sensazioni) che si compenetrano senza una definita configurazione. Un brano comunque da ascoltare "senza essere visti", date le liriche coerenti con l'asterisco della W.*uck Records, l’etichetta discografica a cui va riferita la produzione dell’album. “Orda” ha un intro industrial-vinilico: una catena di montaggio, immersa nel traffico sonoro (ed elettromagnetico) di modem, spie e cellulari, che si trasforma poi in un disco incantato. Ancora quindi armonici strozzati, spunti doom e dialoghi noise tra le chitarre; una buona song insomma e questa volta all’insegna della sperimentazione. Devo ammettere che ho dedicato parecchi replay alla penultima traccia, “Fango”, la mia preferita, un vortice di riff taglienti come un bisturi saldato su un martello pneumatico e anomalie a base di psycho-reggae denaturato. Consiglio poi di premere sulle cuffie e alzare ulteriormente il volume al “go!” di Cristian, la trascinante parte finale dove il singer rende al meglio urlando “e senza pietà”. La conclusiva “Giorno per giorno”, sfiorando il pianeta “Tool”, ha lo stesso phatos dei Paradise Lost ruotanti attorno all’album “Icon”; esprime ancora una volta dissenso verso il sistema, il consumismo e le relative implicazioni sociali: “il degrado incalza ma tu da solo non lo puoi fermare… la puzza aumenta giorno per giorno”. In generale si tratta di una produzione decisamente professionale, sia in riferimento al packaging che al lavoro in studio di Giovanni Carlini. Trentacinque minuti di furente connubio tra modern hard-core e nu-metal, assenza completa di guitar solos (sicuramente una regola), testi rabbiosi, decisamente impegnati e la voce in perenne overdrive a cui però avrei dedicato maggiore ampiezza e volume.
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